Il mistero di Adamo ed Eva spiegato da Michelangelo

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uomoLa Bibbia chiama i primi uomini sulla terra ’Adàm e Hauuàh (Genesi 1,27; 3,20). Eva è chiamata così da Adamo, mentre lui – poiché il primo uomo sulla terra – è chiamato così da Dio. La parola ebraica Hauuàh è un nome femminile il cui significato è indicato nella Bibbia stessa: “madre di tutti i viventi”.

Nel caso di Adamo, la questione è un po’ più complessa, poiché il suo nome può apparire in due forme diverse. La prima, con l’articolo – ha’adàm – dovrebbe essere tradotta alla lettera “l’Adamo”, un uso assai simile a quello invalso nell’Italia settentrionale, dove accanto a un nome proprio si mette spesso l’articolo. Nella Bibbia, invece, ha’adàm significa anche “umanità”, o meglio “l’umanità”.

La seconda forma, senza l’articolo – ’adam – indicherebbe invece la persona fisica di Adamo, che ebbe figli e figlie (Genesi cap. 5, vers. 4). Il nome denota, infine, la solidarietà degli esseri umani con la terra – in ebraico ’adamàh – da cui Adamo è stato tratto.
Se volessimo perciò capire il senso dei nomi dei due progenitori originali, dovremmo all’incirca tradurli così: Adamo = l’uomo che rappresenta l’intera umanità, Eva = la madre di tutti gli esseri viventi.

Certo stupirà l’idea che i primi due esseri umani in assoluto dovesse rappresentarne altri… Ma se ipotizziamo che gli episodi narrati nei primi due capitoli della Genesi risalgano a circa due milioni di anni fa, dovremmo immaginarci Adamo ed Eva come due esemplari di homo habilis? In tal caso andrebbero così raffigurati come due scimmioni in grado di usare e lavorare la pietra, di cacciare piccoli animali e di migrare da un luogo all’altro. Oppure, seguendo più fedelmente il testo della Bibbia, dovremmo rappresentarlo come un uomo in tutto simile a noi, così come lasciano intendere pittori e scultori dal medioevo in poi? Ricordiamo le parole di Galileo Galilei: «La Scrittura [ossia la Bibbia] non ci insegna come vada il cielo, ma come si vada in cielo».

Con ciò, però, non si vuole di certo scartare a priori l’ipotesi che Dio abbia potuto creare un uomo simile a quello disegnato da Michelangelo nella Cappella Sistina. La creazione di Adamo ed Eva narrata nella Genesi, ad esempio, trova diversi paralleli – più o meno simili – in numerose tradizioni antiche relative alla Creazione. Questi racconti sono definiti mitici: si tratta cioè di verità sull’origine del mondo e dell’uomo espresse in forma narrativa.

Dunque, Adamo ed Eva rappresenterebbero l’intera umanità – uomini e donne – generata da Dio oppure dei soggetti concreti, in carne e ossa? Adamo aveva un volto (Genesi cap. 2, 7); non solo parlava, ma era in grado di assegnare dei nomi agli animali (2, 20); aveva una struttura ossea come la nostra (2, 21), e così via. E siamo così daccapo: Adamo era l’homo habilis o quello creato da Dio così come lo raffigurò Michelangelo?

Forse la questione va considerata a partire dalla prospettiva di chi scrisse il racconto della Creazione. Si tratta, ovviamente, di una persona o di persone che vissero centinaia di migliaia di anni dopo la data teorica della creazione narrata nella Genesi. Mettiamo che siano vissute intorno all’xi sec. a.C., essi perciò raffigurarono l’uomo e la donna creati da Dio a immagine dei loro contemporanei. Per questo motivo, non bisogna prendere alla lettera il racconto della Creazione, ma considerarne il messaggio fondamentale: la vita, qualsiasi forma di vita, trae origine da Dio.

Mai sapremo, perciò, se Adamo ed Eva furono realmente esistiti. Come anche la paleontologia mai saprà dirci quale fu il primo uomo sulla terra. Tuttavia, se volessimo – anche in questo caso – dare una spiegazione della Creazione che tenga conto sia della Bibbia che della scienza, potremmo dire che potrebbe esseresi verificata un’evoluzione tra gli esseri viventi che, progressivamente, avrebbe portato all’uomo così come descritto dalla Genesi. Dio sarebbe intervenuto in qualche misterioso modo a ogni scatto dell’evoluzione, ossia quando si passava da un essere inferiore a uno superiore, per finire appunto con l’uomo.

Ciò che la Bibbia sottolinea è che Adamo ed Eva furono creati a «immagine e somiglianza di Dio» (Genesi 1,27) poiché incarnano qualcosa che non è carne e ossa (2,7). Il significato delle parole ebraiche che di solito sono tradotte con immagine e somiglianza sono – al pari di tòhu wavòhu – uno degli enigmi più grandi della lingua ebraica. Si tratta della coppia di parole tsélem e demùt. Forse, la soluzione è racchiusa non in un dizionario, ma nella rappresentazione pittorica della scena della creazione più famosa del mondo: il ciclo della Cappella Sistina, appunto. Non esiste qualcosa di più tremendamente umano e carnale del grande capolavoro michelangiolesco. L’affresco della sala dei conclavi potrebbe esserci ben poco di aiuto, ma in realtà non è così.

Secondo il grande pensatore ebreo Maimonide – che scrisse l’unica e vera Guida dei perplessi – tsélem e demùt indicano entrambi una somiglianza non fisica, bensì intellettuale tra Dio e Adamo. Ciò è perfettamente in linea con il significato dei termini ebraici, soprattutto per il primo, usato nella Bibbia per parlare della cosa più evanescente del mondo: l’ombra (tsel). Ben prima di Maimonide, anche il grande interprete biblico Filone era di questa opinione: per lui, tsélem era nientemeno che il logos, ossia la ragione e perciò quella facoltà tradizionalmente racchiusa nel cervello umano.

Un cervello che Michelangelo probabilmente raffigurò per contenere sia Dio che il suo mondo. Osservando infatti la scena della creazione di Adamo, non sarà difficile notare che il braccio teso di Dio non si staglia su un drappo di forma ovoidale, ma sembra invece fuoriuscire da una forma che assomiglia incredibilmente ad un cervello, con tutte le sue parti anatomiche (io vedo drappeggi verticali…). A ciò va aggiunto che, nella Bibbia, il braccio di Dio Padre è un simbolo che rappresenta la sua azione in favore dell’uomo, nonché la sua stessa voce (cfr. ad esempio Giobbe 40,9). I critici dell’arte sono nettamente divisi tra chi pensa che si tratti di una coincidenza e chi ritiene che sia un espediente pittorico voluto dallo stesso Michelangelo.

Il grande artista sarebbe così riuscito a rappresentare ciò che a parole non è dicibile: la creazione dell’uomo a immagine e somiglianza del Signore. Il messaggio cifrato che è contenuto nell’affresco è che l’uomo – raffigurato come uno dei tanti ragazzi del Cinquecento – assomiglia a Dio perché contiene in sé qualcosa del mondo del Padre, trasmesso ad Adamo attraverso la parola.

Michelangelo ci aiuta così a comprendere anche un’altra misteriosa descrizione della Creazione: «Allora Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò sulle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Genesi 2,7). In ebraico, “essere vivente” è nishmàt chàyyim, che in latino corrisponde al termine anima. Anima deriva dal greco anèmos che significa “soffio, vento”. Lo spirito, così, è in qualche modo il prodotto di ciò che Dio soffia nelle narici dell’uomo appena creato. In altre parole, l’anima condivide la natura del soffio ed è perciò quella parte che permetterebbe di entrare in contatto con l’etereo mondo di Dio. Viene da chiedersi, a questo punto, che relazione esista tra l’essere vivente (nishmàt chàyyim) e la sua creazione a immagine e somiglianza di Dio (tsélem e demùt) Trattandosi, infatti, di aspetti diversi dell’uomo, bisogna capire la loro complementare funzione.

Secondo i teologi, i termini tsélem e demùt indicano la capacità strutturale dell’uomo di entrare in relazione con Dio. L’uomo, cioè, è in possesso di tutte le facoltà che gli permettono di superare l’isolamento che la natura corporea necessariamente comporta, per aprirsi al rapporto inter-personale e ultraterreno.
Tuttavia, saremmo come dei computer senza modem, se mi passate l’immagine, qualora non avessimo l’anima, quel qualcosa di etereo che permette di connetterci col mondo divino, superando le barriere fisiche della nostra realtà contingente. Il termine “anima” è diventato così la definizione più familiare tra i cristiani per designare quel quid che riconosciamo come altro da noi. Similmente gli psicologi parlano del sé, per distinguerlo dall’io, oppure di coscienza, come quella facoltà che – in una persona normale – le infonde la consapevolezza di avere qualcosa che va oltre il corpo.

Eppure, secondo alcuni, si tratterebbe di una lettura forzata del testo biblico, che bisogna studiare solamente nelle sue caratteristiche storiche e letterarie. In tal modo, però, si dimentica che alcune parole sono simboli, ossia riescono a evocare la realtà che rappresentano. Espressioni ebraiche come nishmàt chàiim, tsélem e demùt sono come dei canali che ci permettono di entrare nel mistero profondo dell’uomo. Un canale reso ancora più efficace dall’espressione artistica che, nel caso di Michelangelo, può immediatamente esprimere ciò che le parole possono dire solo se interpretat (per approfondire e continuare la lettura, vedi il mio "i grandi misteri irrisolti della Chiesa")

Commenti   

+1 #1 ausonio 2014-02-08 15:05
bella Simone! tu continua a erudirci a dirozzarci noi continuiamo a chiedere aiuto al Signore perché ci rafforzi sempre più nella debolezza: che cos'è l'erudizione se non comprendere la propria inesperienza e inettitudine, la propria pochezza: più cose so più comprendo di non sapere ... quindi ho il coraggio di gridare ... aiutami Signore! ... abbi pietà di me peccatore ... perché se non so neppure fo ... o se faccio faccio secondo me non secondo Te ... sia fatta la Tua volontà ...
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